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Cosa abbiamo imparato dalla pandemia?

BLOG - La lezione del Coronavirus

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Oggi, in questo articolo diamo la parola all’esperto, Antonello Sannia, presidente del comitato scientifico del Gruppo Blue Sky Natural Resources Ltd., che ci aiuterà a capire cosa abbiamo imparato dalla pandemia?

La pandemia di Coronavirus che ha colpito tutto il mondo all’inizio del 2020 ha confinato in casa miliardi di persone.

Questo ha causato una serie di effetti importanti sulla salute a causa di una drastica diminuzione del movimento fisico e dello stress psicologico per il rischio di perdita del lavoro e per quello di ammalarsi.

L’alimentazione ha un ruolo fondamentale in questa fase, per evitare di ingerire troppe calorie che si faticano a smaltire a causa della scarsa attività fisica e per mangiare in modo sano e naturale.

Infatti, una dieta sana è, assieme all’esercizio fisico, il presupposto per una buona salute.

Il Journal of American Medical Association (JAMA Internal Medicine) ha pubblicato una ricerca su un’ampia popolazione (più di 44mila persone) che mostra chiaramente come il maggior consumo di alimenti di produzione industriale ultra-lavorati e raffinati, con esaltatori di sapore e conservanti vari e poveri di fibre, sia associato a un aumento del rischio di mortalità per tutte le cause.

Lo studio ha rilevato che una quantità del 15% di alimenti ultra-lavorati nella dieta abituale è statisticamente associato a un rischio maggiore del 14% di mortalità per tutte le cause.

Questo significa che ogni volta che mettiamo una lasagna pronta nel microonde richiamo la vita?

Evidentemente non è così e la necessità di evitare inutili allarmismi è sottolineata da diversi studi scientifici.

In ogni caso, lo studio è un’importante conferma scientifica di quello che ormai fa parte di una buona educazione alimentare, ossia che le preparazioni industriali non devono prevalere sui cibi freschi e ricchi di fibre e sulle preparazioni semplici.

Non a caso, il profilo sociodemografico dei partecipanti mostra che un maggior consumo di cibi ultra-lavorati corrisponde all’età più giovane, reddito inferiore, livello di istruzione inferiore, BMI superiore e livello di attività fisica inferiore. Si tratta quindi di conferme e indicazioni importanti per le raccomandazioni di salute e anche per le scelte dell’industria alimentare.

 

Un consumo raddoppiato di noci, frutta, verdura e legumi, e un dimezzamento del consumo di carne e zucchero.

Sono queste le basi sulle quali poggia quella che molti scienziati definiscono la dieta ideale per la salute del pianeta e dei suoi abitanti.

La dieta, rinominata “Planetary Health”, è il risultato di un progetto triennale commissionato dalla rivista medica The Lancet, che ha coinvolto 37 specialisti di 16 paesi, i quali sostengono che se il mondo seguisse questa dieta, ogni anno si potrebbero prevenire oltre 11 milioni di morti premature, le emissioni di gas serra verrebbero ridotte e si preserverebbe una maggiore quantità di riserve di terra, acqua e biodiversità.

Nella dieta messa a punto dagli esperti, il consumo medio globale di alimenti come carne rossa e zucchero dovrebbe essere ridotto del 50%, mentre il consumo di noci, frutta, verdura e legumi dovrebbe raddoppiare.

Il cibo che mangiamo e il modo in cui lo produciamo determina la salute delle persone e del pianeta e, attualmente, lo stiamo facendo nel modo sbagliato.

Nutrire una popolazione di 10 miliardi di persone entro il 2050 con una dieta sana e sostenibile sarà impossibile senza trasformare le abitudini alimentari, migliorare la produzione di cibo e ridurre gli sprechi alimentari. Abbiamo bisogno di un cambiamento del sistema alimentare globale su una scala mai vista prima.

Un esempio classico di dieta sana è la Dieta mediterranea, che ha dimostrato di favorire il mantenimento del benessere psico-fisico e la prevenzione del diabete e delle malattie cardiovascolari.

Con la dieta mediterranea, anche le diete vegetariane hanno dimostrato benefici cardiovascolari simili, anche se in un numero minore di studi.

Uno studio clinico ha confrontato gli effetti a breve termine della dieta mediterranea (MD) e di quella vegetariana (VD) sulla funzione vascolare e sui livelli di colesterolo in una popolazione sana di età compresa tra i 18 e i 35 anni (n=24).

I partecipanti hanno seguito un intervento di quattro settimane (MD = 12; VD = 12) ad libitum con l’osservazione dei cambiamenti della composizione corporea, dei lipidi (colesterolo e trigliceridi), della funzione vascolare e della pressione arteriosa.

Tutti i partecipanti hanno ridotto l’assunzione di grassi saturi e hanno aumentato quella delle fibre; i pazienti che hanno seguito la Mediterranea hanno ridotto l’assunzione di grassi totale. Il gruppo della Mediterranea ha avuto un miglioramento nella funzione del micro-circolo sanguigno mentre i vegetariani hanno ridotto peso e colesterolo.

Sebbene entrambe le diete possano offrire benefici per la riduzione del rischio cardiovascolare e per la salute globale, le prove per la dieta mediterranea sembravano essere più forti.

Ecco, la Mediterranea vince ancora!

Questi studi e molti altri ancora ci mostrano che bisogna aumentare in modo consistente l’ingestione della fibra vegetale, che aumenta la sazietà, diminuisce l’assorbimento dei grassi e quindi il livello di colesterolo, favorisce il buon funzionamento dell’intestino e migliora il benessere della flora batterica intestinale, che è la principale difesa immunitaria dell’organismo, particolarmente importante in questi tempi di pandemia.

Inoltre, i cibi integrali sono più ricchi di vitamine e di Sali minerali, che aiutano l’organismo a mantenere il benessere.

Via libera quindi al consumo di pasta, crackers, biscotti, merendine e altri cibi ancora preparati con farine integrali biologiche e privi di contaminanti e conservanti vari.

Ovviamente facendo meno esercizio fisico a causa del confinamento a casa dovremo mangiare quantità minori di cibo rispetto a prima e dovremo cercare di fare quanto più esercizio fisico possibile, per evitare di aumentare di peso.

Oltre all’alimentazione un contributo importante per il benessere psico fisico ci viene dagli integratori alimentari fitoterapici.

Ad esempio, la curcuma è una pianta dotata di proprietà salutistiche molto interessanti.

Infatti essa ha un’azione anti infiammatoria e antidolorifica, una potente attività antiossidante, una valida azione detossicante sul fegato e sui reni e possiede anche la capacità di migliorare la flora batterica intestinale e con essa le difese immunitarie dell’organismo.

Molto interessante è anche la boswellia, che ha una marcata azione anti infiammatoria e antidolorifica in particolare a livello articolare e muscolare ma anche a livello intestinale.

Un’altra pianta interessante è la nigella, che ha una valida azione anti infiammatoria e antidolorifica, una marcata azione antiossidante e che è anche capace di ridurre il colesterolo.

Dai semi della camelina si ricava un olio vegetale molto ricco non solo di acidi grassi omega 6 ma anche di quelli omega 3. È noto che questi acidi grassi sono decisamente utili per la salute umana, soprattutto se il rapporto omega 6/omega 3 è intorno al valore di 4:1, come è appunto il caso della camelina.

In conclusione

Cosa abbiamo imparato dalla pandemia? La nostra alimentazione ed il nostro stile di vita incidono in modo preponderante sulla nostra salute e sulle nostre difese immunitarie, quindi il consiglio è quello di tenere un’alimentazione il più possibile sana, basata su cibi naturali, ricchi di fibra, di vitamine e di Sali minerali, meglio ancora se biologici.

Se è necessario integrare   l’alimentazione con integratori alimentari di ottima qualità e di fare tutta l’attività fisica possibile per migliorare ulteriormente il nostro patrimonio salute minacciato in questi tempi di pandemia.

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